Con Alberto Santucci
Sculture di Scena Benedetto Di Pietro
Musiche Giuseppe Morgante
Regia Giovanni Degni
Liberamente ispirato dalla autobiografia di Vito Taccone e dalle memorie di Ernesto Venditti
La scena è un antro oscuro pieno di biciclette, copertoni, cerchioni, forcelle, catene, manubri.
Il luogo è riscaldato da un braciere che arde carbone e legna: è il laboratorio di biciclette di Ernesto.
La sua figura emerge dall’oscurità mentre si appresta ad aprire la bottega.
Nella notte appena trascorsa, un incendio ha devastato il locale a fianco, una pizzeria, la “Pizzeria del Diavolo”, di Vito.
Vito Taccone, il campione di ciclismo marsicano.
E’ il 1970, anno in cui Vito, a trent’anni, ha smesso di gareggiare. L’anno in cui Claudio Villa canta in italiano il brano Yesterday di Lennon&McCartney. L’anno in cui i Beatles si sono separati.
Da qui inizia il racconto di Ernesto, fatto di silenzi più che di parole. Con il suo incedere lento, fischiando/borbottando una melodia, sconosciuta anche a lui, attraversa lo spazio dell’officina, spostando e riordinando gli oggetti che lo circondano, sparsi ovunque per terra o appesi al muro.
In questo spazio che si va predisponendo alla attività del giorno, Ernesto organizza i pensieri. Con lo sguardo assorto, sta riparando una vecchia radio: sì, perché ad Avezzano, in quegli anni, un meccanico di biciclette era investito anche di questi compiti, alquanto bizzarri. Ad un tratto la radio comincia ad emettere rumori, suoni e poi voci confuse…
Nella penombra del locale, una ruota sospesa al cavalletto, che Ernesto ha appena sistemato, comincia a girare. Le ombre proiettate dai raggi della ruota animano gli altri oggetti dell’officina, che assumono forme misteriose, quasi umane.
Ernesto sembra avere un dialogo silenzioso con queste figure. Mentre si apparta per un attimo, dalla radio giunge la voce di un cronista che racconta l’arrivo di una gara di ciclismo: la vittoria di Vito Taccone al giro di Lombardia del 1961…
Appare in scena Vito, evocato dai pensieri di Ernesto, dalle ombre animate dell’officina, dalla voce del cronista.
Porta con sé una bicicletta, la prima con la quale ha iniziato la sua avventura nel mondo del ciclismo, riscattando la sua vita e della sua famiglia dagli stenti e dalle privazioni.
Una avventura che vale la pena di essere raccontata: con tutta l’esuberanza e la spavalderia di Vito, con i silenzi e gli sguardi miti di Ernesto.
Note di regia
Dopo essere entrato in possesso, quasi per caso, del libro autobiografico di Vito Taccone, ho cominciato a ragionare sulla possibilità di realizzare uno spettacolo.
All’inizio pensavo ad una rappresentazione in famiglia, intima, tra parenti e pochi amici.
L’idea cardine era quella di far raccontare la storia di Taccone da Ernesto. Utilizzando le parole di Vito e i silenzi di Ernesto.
Ma la convinzione scaturita, fin dalla prima lettura, era che quelle erano le parole che avrebbe usato Ernesto. Anche lui l’avrebbe raccontata così, lui che ne conosceva tutte le vicende, note e meno note.
Non solo Ernesto era il custode di molte storie di Vito, ma era anche uno dei più convinti e tenaci difensori del campione marsicano. Guai a parlar male del suo idolo.
Ernesto è uno dei primi personaggi marsicani che Vito cita nel suo libro.
Taccone racconta che, con la sua prima bicicletta da corsa, si recava spesso al negozio di bici di Ernesto.
Il negozio era il punto di ritrovo dei ciclisti di Avezzano, che da lì partivano per gli allenamenti.
L’evocazione dell’officina è la prima visione dalla quale è scaturita l’idea dello spettacolo.
La bottega era un antro scuro, freddo – per anni, d’inverno, a riscaldare l’ambiente c’era solo un braciere. Ernesto, per riparare le biciclette o registrare le ruote, usava un paio di guanti di lana con le punte tagliate, per consentire ai polpastrelli di lavorare di precisione.
Una scenografia naturale, ineludibile: pareti scure, pavimento antico, bici e copertoni ovunque, per terra, appesi ai muri.
Al centro faceva bella mostra il cavalletto sul quale le biciclette venivano poggiate. Entrando sulla sinistra c’era il bancone con tutti gli attrezzi.
Era lì che l’arte di Ernesto si manifestava. Con gli sguardi e i silenzi e i borbottii sonori che usava per interloquire con gli avventori.
Che è l’unico modo con il quale Ernesto avrebbe potuto raccontare la storia.
La storia di Vito: la sua storia, di Ernesto.

















